Un libro e un film: una trasformazione possibile

Voci come rumori, si sovrappongono come le emozioni incontrollate che esse generano nel cuore delle persone: paura, concitazione, ostilità… Non è la comunicazione di una realtà esterna o psichica che sia, ma la sua deformazione, strumentalizzata per chissà quale fine, sempre disumano e disumanizzante.

Mi colpisce la frase di un libro appena letto, “5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare)”, frase che è un noto teorema della sociologia: “Se una cosa è percepita come reale sarà reale nelle sue conseguenze”e quindi temo gli effetti del falso spacciato per vero, il pericolo dei pregiudizi… La questione dell’immigrazione che riempie bocche e orecchi, quella che è gridata, mi pare, sempre di più, una malevola deformazione del vero.

Stefano Allievi, l’autore di quel libro, in cui mi sono imbattuta per caso, dati alla mano, offre uno sguardo oggettivo e nello stesso tempo pieno di passione e premura sul fenomeno dall’immigrazione; un punto di vista non schierato e perciò illuminante. Mi colpisce per esempio l’inserimento dei movimenti migratori dal sud del mondo nel movimento più vasto di tutti i movimenti migratori odierni e passati, perché i movimenti migratori hanno sempre caratterizzato l’umanità e l’uomo nasce nomade… Mi colpisce l’evidenza di un’integrazione in atto, con svariate situazioni, in cui la convivenza porta effetti benefici per tutti… Mi piace l’essere propositivi. Mi piace la constatazione che ci sono difficoltà, ma anche la certezza dell’esistenza di più strade per superarle, insieme. Questo non fa notizia… Mi chiedo perché… affinché per esempio l’esperienza di Riace venisse alla ribalta, ci è voluto l’arresto del sindaco Lucano. Il film Un paese di Calabria è, come il libro e i libri di Allievi, una luce su fatti e persone, su noi stessi, dando respiro. Tanta poesia, realtà, verità e bellezza nello stesso momento… la bellezza più grande, che non è quella dei luoghi, magnifici, di quel pezzo di Calabria, ma quella della gente, che nella semplicità e senza pretese o polemiche accoglie o che nella semplicità e con arrendevolezza si lascia accogliere. La vera bellezza è quella di una comunità che rinasce, perché si fa permeabile e rende permeabile chi arriva, abbassa le difese e consente di abbassarle; una comunità che è capace di trasformare torri d’avorio morte e rafferme, in luoghi d’accoglienza e di vita, che semplicemente offre se stessa e offrendosi riconosce l’altro e si riconosce… Anche gli orrori vissuti dai migranti durante il loro viaggio trovano come il modo di essere “attutiti” in un abbraccio, in un racconto, nella bellezza della normalità e della consuetudine… Tutto questo commuove, dà speranza, allarga gli orizzonti del cuore e della mente. La realtà bella, anche nella sua fatica, è quella di chi guarda, crede e agisce, si trasforma e trasforma uccidendo la sfiducia e la menzogna di essere isolati, impotenti e minacciati.Sguardi e azioni che cambiano la realtà, regalano la concreta possibilità di una trasformazione.

Debora Corridori

Il cielo è di tutti – Gianni Rodari

Qualcuno che la sa lunga

mi spieghi questo mistero:

il cielo è di tutti gli occhi,

di ogni occhio è il cielo intero.

 

E’ mio, quando lo guardo,

è del vecchio e del bambino,

del re e dell’ortolano,

del poeta e dello spazzino.

 

Non c’è povero tanto povero,

che non ne sia il padrone,

il coniglio spaurito

ne ha quanto il leone.

 

Il cielo è di tutti gli occhi,

ed ogni occhio se vuole

si prende la luna intera,

le stelle comete, il sole.

 

Ogni occhio si prende ogni cosa

e non manca mai niente:

chi guarda il cielo per ultimo

non lo trova meno splendente.

 

Spiegatemi voi dunque,

in prosa o in versetti

perché il cielo è uno solo

e la terra è tutta a pezzetti.

Sindrome di Stendhal

Prima di rientrare a lavoro, venerdi 2 novembre, avevo in mente di scrivere un articoletto breve, leggero, sulla nuova forma di comunicazione dei commensali a tavola…..

Volevo intitolarlo “Commensali Surreali”…

Poi, venerdi mattina, entrando in Via Saffi, in pieno Centro Storico, mi trovo nel bel mezzo di un racconto drammatico.

Il tentativo di stupro di una donna la mattina precedente, nelle scalette davanti alle nostre finestre, in pieno giorno mentre andava a lavoro.

Una donna che tutti noi conosciamo perchè lavora vicino, e che fa le nostre stesse strade.

La donna è stata spinta violentemente in terra, percossa in maniera talmente violenta da fratturarle una mascella e lei ha potuto difendersi solo sferrando calci e staccando con un morso un pezzo di lingua all’ aggressore.

Orrore, disgusto, senso di rabbia e di paura. Ancora il pensiero ricorrente che la forma di donna voglia essere continuamente sfregiata.

Le donne tra i poveri della terra, tra i dominati.

Poi arriva, inaspettata (forse ingenuamente) la frase:

“L’ aggressore era un egiziano”.

E ancora: “Un passante non ha prestato soccorso, un altro ha inseguito l’ aggressore”

La donna dolente, sconvolta, picchiata, insanguinata, terrorizzata, lì. Sola.

Entro in conflitto, per un attimo mi scindo: una sera in una piacevole riunione a progettare insieme a uomini e donne appassionati nella Rete Antidiscriminazione Grossetana, due mattine dopo a contemplare e condividere l’ orrore dell’ ennesimo corpo di donna sfregiato, la sua forma attaccata in una folle sindrome di Stendhal.

Cerco di attaccarmi alle immagini: mi vengono solo le parole, sparse, della sera precedente: inclusione, diversità, tempi, stili e ancora quel titolo che mi ritorna:

“Commensali Surreali”.

Allora ho l’ impressione che chi non sa comunicare, condividere, sentire, dare un nome a ciò che sente e soprattutto non sa farlo con chi ha vicino, anche andandoselo a cercare non sia tanto “Surreale”, anzi, purtroppo è quanto di più reale ci sia.

E mi viene da dire, parafrasando, “Il sonno dell’ interesse genera mostri”.

E di mostri ce ne sono da ambo le parti di questa guerra.

Roberta Minacci.

Nessun uomo è un’isola. Riflessioni sull’identità.

 

«Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te».

Nessun uomo è un’isola, dice John Donne (…) siamo invece tutti penisole, per metà attaccate alla terraferma e per metà di fronte all’oceano, per metà legati alla tradizione e al paese e alla nazione e al senso e alla lingua e a molte altre cose.

Mentre l’altra metà chiede di essere lasciata sola, di fronte all’oceano.

(…) nessuno è un’isola e nessuno (…) potrà mai amalgamarsi completamente con l’altro.

 

John Donne,
Da Meditazione XVII
Devozioni per occasioni d’emergenza


Amos Oz Contro il Fanatismo

 

L’immagine riflessa nello specchio e l’originale; il RElefono.

Accade, sempre più spesso, di rimanere incollati al telefonino a guardare immagini che scorrono veloci; una quantità di immagini impressionante, visioni di gruppi di persone apparentemente legati dalla vicinanza fisica, ma uniti realmente solo dall’assenza che si moltiplica nella compresenza dei corpi consegnati all’ignoto. Facebook, Google, instagram, tutti i vari portali di vendita on line, youtube etc. etc. etc.. Tutte immagini sulle quali ci soffermiamo soltanto per qualche istante, siamo abituati alla velocità; riusciamo a valutare tutto ciò che osserviamo ad una velocità sorprendente, e la velocità cresce sempre più vorticosamente. Ne deriva una quantità di immagini sempre maggiore, gesti bulimici, inconsapevoli, che non affaticano lo stomaco ma la mente; una mente che è sempre più incapace di immaginare vista la super fruizione di immagini altrui. Poi all’improvviso, per una strana angolazione del telefonino, oppure una voce che ci distrae richiamando la nostra attenzione altrove, per qualche secondo, lo schermo va in stand by, diventa nero per una questione di risparmio energetico. Allora quando riprendiamo il contatto col telefono, per un attimo, ci vediamo riflessi nello schermo che ci fa da specchio, ma quell’immagine la rifuggiamo, non la riconosciamo più e ci disturba, a volte, vederci nello schermo. Il volto è sempre inadeguato, mai abbastanza levigato, mai abbastanza pulito, mai abbastanza perfetto il trucco o la cura della barba; è sempre tutto così distante dalle immagini che siamo abituati a vedere scorrendo quelle nel telefono. Ci sbrighiamo allora a riavviare il cellulare per riprendere la visione di qualcosa che ci somiglia ancor più di quello che vedevamo riflesso nello schermo nero del telefono. Probabilmente quelle cose che osserviamo nella rete parlano di noi meglio di noi stessi. Siamo diventati quelle cose e non c’è più differenza tra il fuori e il dentro, di noi. La realtà esterna coincide con quella interna, e se quella interna rappresenta anche la nostra umanità, non stupisce assistere alla valutazione degli esseri umani solo in termini economici; siamo visibili esclusivamente in termini di produttività, ovvero di quanto riusciamo a soddisfare il mondo delle transazioni economiche, seppur minuscole o mastodontiche che siano. La rete, la tecnica, sono la nuova forma del mondo, quindi spesso, inconsciamente, non rimane altro da fare che assoggettarsi a questa nuova forma, così che l’unica forma possibile dell’uomo è quella in cui egli diventa funzionale a tale forma. La tecnica come fine, non più come mezzo. Non riconosciamo più il nostro volto perché probabilmente è ancora troppo umano, almeno rispetto al volto che, noi stessi, pian piano costruiamo dentro di noi, abbandonandoci sempre più come individui, avvalorandoci sempre più come gregge.

 

 

L’ arroganza dell’ isolamento

L’ arroganza dell’ isolamento

Stephen Hawking

 

Non da molto ci ha lasciati Stephen Hawking, un genio, un uomo con una libertà di pensiero, ironia e leggerezza, che parevano sbeffeggiare la malattia che aveva reso il suo corpo un peso.

Parlava della sua vita di fisico teorico a Cambridge come una esistenza privilegiata, ma con la sensazione di vivere in una torre d’ avorio sempre più alta.

Diceva con la “non sua” emozionante voce metallica: “Le vite delle persone più ricche nelle parti più prospere del pianeta sono dolorosamente visibili a chiunque, per quanto povero, abbia accesso a un telefono. E visto che ormai nell’ Africa subsahariana sono più numerose le persone con un telefono che quelle che hanno accesso all’ acqua pulita, fra non molto significherà che quasi nessuno, nel nostro pianeta sempre più affollato, potrà sfuggire alla disuguaglianza”.

Le conseguenze di ciò sono sotto gli occhi di tutti: uomini, donne, bambini che per non morire vanno in cerca di una vita migliore, nella nostra sempre più alta torre d’ avorio, zeppa di isolamenti disperati, sopportati da sonni benzodiazepinici.

Come diceva Hawking LORO/NOI “ci troviamo in un momento pericoloso nella storia dello sviluppo dell’ umanità. Possediamo la tecnologia per distruggere il pianeta su cui viviamo, ma non abbiamo ancora sviluppato la capacità di fuggire da questo pianeta”.

Le torri d’ avorio, i sonni chimici, le barriere, i muri, interni ed esterni vanno eliminati.

INSIEME.

Sempre Hawking:” Possiamo riuscirci, io sono di un ottimismo sfrenato sulle sorti della mia specie: ma sarà necessario che le elites, da Londra ad Harvard, da Cambridge a Holliwood, imparino le lezioni di questo mondo che sta cambiando. Che imparino, soprattutto, una certa umiltà”.

Anche nelle nostre piccole alte torri, non farebbe male.

Roberta Minacci

 

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Confini

                                       Edoardo Tresoldi, Pueblo, Siena, 2015

Confini …

Vicinanza o lontananza,

                            prossimità o divisione …

Limiti…

            Visibili?

                         Invisibili?

Percepiti, ignorati, violati, penetrati,

                                                                 rigidi o labili, mobili …                                       

                 o statici,

permeabili,

                                 invalicabili, imposti, scelti, larghi, stretti …

Barriera o contatto?

Ogni confine è un rapporto, anche quando si erigono muri, perché i confini sono il contorno della nostra forma, il rivestimento del nostro essere, che ci mette in contatto con “l’esterno”…

Sono una domanda, che inesorabile continua ad interpellarci, anche quando la ignoriamo.

Una domanda aperta sulla propria identità e sull’identità dell’altro, individuo o popolo,

straniero,

cioè esterno, appunto,

fuori dai nostri confini;

… Perché ognuno di noi ci sta dentro, vive dentro a confini mutevoli e vivi ed è in contatto con i confini altrettanto mutevoli e vivi dell’altro: la propria pelle, i propri pensieri, la propria casa, la propria città, la propria cerchia, i propri riferimenti, il proprio paese…

Ognuno di noi si è sentito accarezzato o schiaffeggiato, si è reso invalicabile ed ha sofferto di fronte all’invalicabilità altrui, si è fatto labile e si è lasciato violare, è stato costretto dentro confini non suoi, ha lui stesso violato per necessità o distrazione o prepotenza – altra faccia della necessità – è stato permeabile ed è stato penetrato, fecondato … ognuno di noi ha conosciuto la propria e l’altrui rigidità…

Ma spesso è difficile mettersi nei panni dell’altro…

Gli esterni confinanti, gli stranieri, ci provocano con la loro domanda su chi siamo, su cosa vogliamo e su cosa vogliamo diventare; il loro movimento verso o “contro” di noi è come quello di una matita, che ripassa le parti del nostro limite cieco, rivelando una forma fino a quel momento ignorata. Ed è qualcosa di reciproco. Possiamo osteggiare indifferenza, paura e imporre barriere, ma siamo in contatto e la matita si muove…

Edoardo Tresoldi, una delle Gabbie

Credo, però, che venga sempre il momento nella nostra storia personale o collettiva – avviene sempre, la storia insegna – per uscire dai cortocircuiti delle negazioni, fonte di tante sofferenze, fonte di guerre e discriminazioni. Viene sempre il momento o l’occasione, per imparare a fronteggiare l’attrazione e la repulsione, il disorientamento e il desiderio di fuga, lo spaesamento fino allo scandalo, il fascino o l’incanto che proviamo di fronte all’esterno, al diverso, allo straniero, all’altro, che, volenti o meno, traccia la parte invisibile del nostro contorno; credo che ci sia sempre l’opportunità per rendere i nostri confini, totalmente o in parte, permeabili e penetrabili, lasciandoci fecondare dall’altro nella disponibilità di una reciproca trasformazione.

Bansky, striscia di Gaza

Nell’impazienza che oggi ci caratterizza, nella dimensione del tutto e subito, la sfida più grande, forse, è il rispetto dei tempi – per lo più lunghi – nostri e altrui, necessari per riconoscere e riconoscersi.

Non possono esserci risposte immediate, ma solo una promessa di compimento, attraverso la costruzione intenzionale, lenta, continua e creativa, feconda e arresa di una storia che non è più “la mia” o “la tua”, ma “la nostra”, all’interno di confini permeabili e mobili.

Debora Corridori

 

 

Prologo ai re: un bambino che parla

La comparsa del linguaggio nel bambino segna il momento in cui la complessità della realtà esterna e quella dell’ altro si incontrano e creano immagini completamente nuove.
Un bambino che parla crea le sensazioni e i desideri mentre li esprime, affina i bisogni e li distingue via via dalle esigenze di crescita.
Un bambino che parla ha avuto modo di imparare l’ alternanza suono-silenzio e impara ad ascoltare, quindi a decentrarsi.
Un bambino che parla supera il narcisismo del lattante senso-motorio, che esplora con il corpo e con la bocca, fase importantissima ,ma che va superata attraverso la comparsa dell’ empatia: mi metto nei tuoi panni perché con le parole mi parli della tua storia di gioco, mi apri un varco verso la tua fantasia, mi poni un confine e mi esprimi un dolore.
Un bambino che parla non usa più la struttura ripetitiva del sottrarre il giocattolo o del gioco esplorativo solitario: gioca con l’ altro a “fare finta” e un ramoscello diventa un telefono in cui le parole diventano una musica verso un uditorio che non si vede.
I bambini che parlano sono irrimediabilmente tutti diversi e sfidano gli adulti a rapportarsi con queste complesse differenze, a creare loro dei contenitori ricchi di stimoli, ma anche di confini, dove le identità si sviluppino ma non si confondano, per costruirsi adulti creativi, permeabili e non rigidi, che sapranno sempre che fuori da sé non c’è niente di uguale a noi, ma sempre somigliante.

Il re che non voleva sentir piangere (il regno silenzioso di senzalacrime)

C’era una volta un castello in un giardino immenso e perfetto che stava in mezzo al Regno Silenzioso di Senzalacrime.
Le siepi e i vialetti del giardino del re erano così curati, che ogni sassolino se ne stava al suo posto grazie al continuo intervento dei giardinieri reali.
In quel regno la Compagnia dei Giardinieri era importantissima.
Se ne poteva far parte a condizione di non piangere mai, a condizione di non versare mai una lacrima: anche solo un cenno di pianto poteva costare l’espulsione immediata dalla Compagnia e dal Regno Silenzioso di Senzalacrime. In quel regno, infatti, era stato bandito il pianto, era stata ridotta al silenzio la sofferenza e la commozione, si poteva star male, ma senza un lamento.
Nel regno sovrastava il silenzio: ogni dignitario, ogni abitante, ogni bambino o donna che fosse, doveva controllare e controllarsi fino al punto di non mostrare quasi niente attraverso il volto. Sguardi duri e sfuggenti che si incontravano ormai poco e solo per dovere; i saluti erano rari; i bambini non nascevano più, perché tra i giovani non usava più scambiarsi sorrisi e sguardi. Perfino i cuochi e le cuoche avevano cambiato le loro ricette, per non tagliare le cipolle!
Tutti sembravano uguali, grigi e ingobbiti, uomini, donne, vecchi e i pochi bambini rimasti.
I mastri giardinieri giravano ormai per il Regno Silenzioso di Senzalacrime con lo scopo di verificare che il silenzio e l’ordine regnassero, per riferirlo al Re.
Il Re… il Re Che Non Voleva Sentir Piangere era un uomo alto e magro e le rughe cominciavano a ricoprire il suo volto asciutto con occhi così penetranti, che se lo guardavi … ti veniva da piangere.
Chissà perché si era indurito a tal punto? Ormai la domanda si era persa nel tempo e ogni suddito pensava che non fosse conveniente cercare di dare una risposta, perciò si preoccupava solo di non disturbarlo.

A-Cuir era uno dei giardinieri fra gli ultimi nella gerarchia della celebre ed importantissima Compagnia dei Giardinieri, ma, nonostante ciò, gli era permesso di avere contatti con l’esterno del Regno Silenzioso di Senzalacrime, per il rifornimento di fiori, una volta all’anno. Fuori non doveva parlare e doveva portare in testa una cappa gialla; avrebbe mostrato la lista dei fiori al capo-serra, che conosceva da sempre, e quello gli avrebbe riempito di fiori il carro.
Una di quelle volte, il capo-serra era ammalato e fu la figlia Rosa a servire A-Cuir: al solo sentir la sua voce soave, se ne innamorò.
La loro storia andò avanti in gran segreto e in segreto si sposarono.
A-Cuir portò la ragazza con sé nella sua casupola da ultimo giardiniere, ai confini del regno.
Da lì ad avere una bambina il passo fu breve; si può capire, però, che in un regno dove sia proibito piangere, crescere un bambino sia pressoché impossibile, così A-Cuir cercò di  isolare la casetta con cortecce di querce sughere, mentre la mamma osservava continuamente le smorfie di Allegra, la neonata, per distrarla dal pianto.
Un giorno come tanti, la moglie di A-Cuir si era addormentata, per via di una notte insonne dedita a controllare la bambina e, mentre lui lavorava alle siepi centrali dove erano cadute molte foglie, la bambina cominciò a piangere …
In quell’indisturbato, immobile, solenne silenzio, il leggero vagito parve una lama, che riuscì a penetrare l’aria fino alle orecchie reali, così sensibili, abituate ormai solo al leggero fruscio delle foglie e al lento scorrere dei ruscelli là intorno.
–         Guardie! Giardinieri reali! Correte! Prendete e portate qui l’ingrato che si permette di offendere quest’oasi di pace! –
Gli uccellini, a cui per tanti anni era stato impedito di nidificare, e le api, che non lavoravano il miele in quel regno silenzioso, si spostarono a frotte dietro ai giardinieri,  per curiosare un po’. Anche A-Cuir aveva sentito il vagito e si era messo a correre come un pazzo, nell’estremo tentativo di salvare la sua bambina, ma i giardinieri erano già lì quando lui arrivò, schierati e immobili di fronte alla piccola e alla madre, che tutto quel trambusto non era riuscita a svegliare.
A-Cuir era sul punto di afferrare una delle guardie per il collo, quando la piccola smise di piangere. Guardò attentamente ad una ad una quelle strane facce, quegli strani figuri inespressivi e grigi in fila davanti a lei. Forse le sembrarono pupazzi, forse le parvero ridicoli, non si può mai sapere cosa passa per la testa di un bambino; fatto sta che cominciò a ridere, con una risatina grassa e fitta, interrotta a tratti da qualche attimo di silenzio, in cui con gli occhi lacrimosi e vivi passava di nuovo in rassegna quelle figure, che a lei sembravano così buffe. Rideva, rideva con le lacrime ed occhi luccicanti, rideva di un riso contagioso, contagiosissimo …
Inizialmente tutti rimasero attoniti: il babbo, che si fermò, bloccato con le mani aperte, per afferrare il collo di una guardia, la mamma che si era svegliata atterrita e le guardie, sulle cui facce inespressive spuntò un’insolita aria di sorpresa.
Fu allora che uno dei giardinieri presenti incrociò per sbaglio lo sguardo di una guardia e … sbruffò in una risata fragorosa e sgangherata.
A lui ne seguì un altro e un altro ancora: ridevano e mentre ridevano cominciarono anche a piangere tutte le lacrime che non avevano pianto.
Alcune guardie, quelle rimaste serie, si precipitarono sulle altre arrabbiatissime: che avrebbe detto e fatto il Re quando lo avesse saputo? Ma quelli se la diedero a gambe. A-Cuir, Rosa con la figlia Allegra tra le braccia, si strinsero in un abbraccio, mentre cercavano di scorgere tra le cortecce di quercia, ciò che stava succedendo, ma non riuscendo a vedere bene, A-Cuir uscì e liberò la finestra della sua casupola da ultimo giardiniere, ai confini del regno, per godersi lo spettacolo.
Le guardie e i giardinieri in fuga, correvano per il giardino reale spargendo ovunque le loro lacrime, le guardie, quelle serie, le inseguivano, ma ogni tanto se ne perdeva una, che si metteva a ridere o a piangere o a ridere e a piangere insieme.
Intanto gli uccellini contenti cinguettavano sonoramente e avevano iniziato a fare il nido, in questo inaspettato vento nuovo e anche le api già ronzavano intorno ai fiori.
Il Re Che Non Voleva Sentir Piangere, pietrificato guardava dalla finestra più alta del suo castello quel deplorevole spettacolo, quando preso da una rabbia incontenibile, decise di armarsi a dovere e andare in giardino, per prendere in mano la situazione.

Uscì dal castello a cavallo, con l’armatura, la spada e la lancia. Ormai non c’era più un giardiniere o una guardia che non piangesse o ridesse fino alle lacrime. Il Re si lanciò come un fulmine contro i sudditi disobbedienti, che al vederlo così iracondo e armato, cominciarono a correre, tutti nella stessa direzione, verso il cancello del regno, che qualcuno nel frattempo aveva aperto. Il Re, senza accorgersene, sempre correndo, cieco di rabbia, varcò il confine. Tutti rientrarono in se stessi quando videro il destriero allontanarsi. Si guardarono e si sentirono sollevati, liberati e felici. Da allora nel Fu Regno Silenzioso di Senzalacrime tutti si sentirono liberi di piangere quando stavano male e di ridere quando erano felici, di stare zitti o di parlare, di gridare e di cantare. Dove erano state sparse le prime nuove lacrime del Fu Regno Silenzioso di Senzalacrime, cominciarono a spuntare spontaneamente fiori meravigliosi e non fu più necessario acquistarne altrove, per colorare il giardino intorno al castello. Da allora il cancello del Fu Regno Silenzioso di Senzalacrime rimase aperto.
E il Re? Il Re corse ancora e ancora e ancora intorno al mondo, convinto di poter soffocare con la forza il pianto e col pianto il riso e tutto ciò che sta nel mezzo. Ma alla fine dell’ennesimo giro si fermò e scoppiò in un pianto a dirotto, talmente accorato, che fece piangere anche il cavallo. Le sue lacrime inondarono la valle e formarono un lago, visibile all’alba e al tramonto dalla più alta finestra del castello del Fu Regno Silenzioso di Senzalacrime.

Un altro re

C’ era una volta il suddito di un sovrano potente.
Il suddito temeva ed amava il re: personalmente forse sarebbe stato piccolo ed insignificante, ma essere suddito del re lo faceva sentire sicuro e rispettabile quando incontrava gli stranieri che dalle terre oltre il confine, ogni tanto si spingevano in città.
Il sovrano potente rappresentava per i suoi sudditi il sogno che tutti avrebbero potuto godere delle sue immense ricchezze, se solo avessero seguito i suoi illuminati voleri e, forse, diventare un giorno come lui.
Sfortunatamente il regno si indebolì e i nemici, gli stranieri, attaccando, infiltrandosi, smembrarono il paese.
Il vecchio re morì con il suo regno.
I sudditi, sentendosi persi, spaventati, senza più quel sogno di ricchezza e di stupido benessere infinito, divennero ciechi di rabbia: rabbia verso il re perché se n’ era andato a tradimento lasciandoli soli, con tutti quegli stranieri in giro.
Gli stranieri entrando nel regno rimasero stupefatti nel vedere che gli abitanti avevano preso a errare solitari battendosi il petto e accusandosi dei più gravi crimini.
Ed in effetti come potevano capire che ogni suddito in verità stava picchiando il re che aveva in sé?
Uomini e donne a cui l’identificazione con il padre conferisce presunta protezione contro il mondo dell’ irrazionale.
Una falsa identità contro gli stranieri al di là del fiume.
Corazza caratteriale contenente il caos interno: maschera autorevole che copre un volto sfigurato.
La chiamarono “depressione” e i veri volti neri non erano quelli degli stranieri, ma quelli dei non più sudditi, non più uomini, non più donne che avevano reso brutti come dopo un incendio i propri paesaggi interni, bruciati dal fuoco della rabbia contro il re che aveva infranto il loro stupido sogno di benessere stolido e infinito.