Sindrome di Stendhal

Prima di rientrare a lavoro, venerdi 2 novembre, avevo in mente di scrivere un articoletto breve, leggero, sulla nuova forma di comunicazione dei commensali a tavola…..

Volevo intitolarlo “Commensali Surreali”…

Poi, venerdi mattina, entrando in Via Saffi, in pieno Centro Storico, mi trovo nel bel mezzo di un racconto drammatico.

Il tentativo di stupro di una donna la mattina precedente, nelle scalette davanti alle nostre finestre, in pieno giorno mentre andava a lavoro.

Una donna che tutti noi conosciamo perchè lavora vicino, e che fa le nostre stesse strade.

La donna è stata spinta violentemente in terra, percossa in maniera talmente violenta da fratturarle una mascella e lei ha potuto difendersi solo sferrando calci e staccando con un morso un pezzo di lingua all’ aggressore.

Orrore, disgusto, senso di rabbia e di paura. Ancora il pensiero ricorrente che la forma di donna voglia essere continuamente sfregiata.

Le donne tra i poveri della terra, tra i dominati.

Poi arriva, inaspettata (forse ingenuamente) la frase:

“L’ aggressore era un egiziano”.

E ancora: “Un passante non ha prestato soccorso, un altro ha inseguito l’ aggressore”

La donna dolente, sconvolta, picchiata, insanguinata, terrorizzata, lì. Sola.

Entro in conflitto, per un attimo mi scindo: una sera in una piacevole riunione a progettare insieme a uomini e donne appassionati nella Rete Antidiscriminazione Grossetana, due mattine dopo a contemplare e condividere l’ orrore dell’ ennesimo corpo di donna sfregiato, la sua forma attaccata in una folle sindrome di Stendhal.

Cerco di attaccarmi alle immagini: mi vengono solo le parole, sparse, della sera precedente: inclusione, diversità, tempi, stili e ancora quel titolo che mi ritorna:

“Commensali Surreali”.

Allora ho l’ impressione che chi non sa comunicare, condividere, sentire, dare un nome a ciò che sente e soprattutto non sa farlo con chi ha vicino, anche andandoselo a cercare non sia tanto “Surreale”, anzi, purtroppo è quanto di più reale ci sia.

E mi viene da dire, parafrasando, “Il sonno dell’ interesse genera mostri”.

E di mostri ce ne sono da ambo le parti di questa guerra.

Roberta Minacci.

3 thoughts on “Sindrome di Stendhal

  • 20 novembre 2018 at 11:53
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    Molto interessante e io penso che noi donne occidentali abbiamo fatto l’ errore di aver creduto di avere la parità e che questa sia un valore scontato per tutti.
    Per la maggior parte dei popoli l’ uomo ha il diritto di sopraffare la donna ed ora i popoli sono mescolati e i nostri uomini si sentono di nuovo autorizzati alla violenza vedendo il comportamento degli stranieri.
    E gli stranieri non trovano certo un paese dove porsi delle domande sulla propria concezione della donna.
    Ce n’ è di strada da fare, povere donne!

  • 20 novembre 2018 at 11:54
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    Che bell’ articolo…
    Davvero intenso…
    Ho avuto occasione di leggerlo solo ora…posso inoltrare il link a un pò di persone?

  • 23 novembre 2018 at 18:59
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    Sì ce n’è di strada da fare, in salita… Non credo che la recrudescenza della violenza sulle donne sia influenzata dagli uomini stranieri e dalla loro cultura… La nostra società è tradizionalmente maschilista e la questione delle donne è storia recente. La donna è storicamente sfregiata, vilipesa, sfruttata, sottovalutata anche in Occidente, in modo efferato, ma soprattutto in modi a cui siamo ancora assuefatti, senza perciò che la cosa desti troppo scandalo; ho sempre visto le sopraffazioni fisiche, come quella a cui l’articolo di Roberta fa riferimento, ed i femminicidi come la punta di un iceberg, che ha come volume sommerso e nutrimento una cultura di svalutazione e sfruttamento della donna, molto profondamente e diffusamente radicata; ha come base un analfabetismo affettivo degli uomini, che raggiunge l’anaffettività, un’incapacità “surreale” di vedere, di sentire e di comunicare il proprio mondo interiore, e questo è ancora accettato e sapientemente coltivato sin dall’infanzia nei bambini maschi, basta guardare alcuni giochi e videogiochi, di fronte ai quali nessuno si scandalizza. E nessuno si scandalizza di fronte a certe pubblicità, che vedono le donne sovraccariche di lavoro, che si devono “dopare” con gli integratori, per essere efficienti, ancora nella veste di madri esemplari, accuditrici fedeli dei loro uomini, che appaiono, e sono, più figli, che compagni e padri, adulti. Nessuno si scandalizza di fronte ai modelli maschili, anch’essi dopati, straripanti di prestanza fisica, efficienza, aggressività. Si fanno tanti progetti sulla sensibilizzazione alla questione femminile, senza mettere sufficientemente le mani sull’educazione, soprattutto affettiva e relazionale, dei “maschi”, affinché diventino Uomini. Per contro, nelle donne è profondamente radicato un senso atavico di indegnità, da sradicare, che le rende arrendevoli e rassegnate, per esempio a stipendi più bassi, a condizioni di lavoro, tra quello “esterno” e quello “domestico”, impossibili: le donne si arrangiano, sopportano, sdrammatizzano, riescono anche ad essere felici e soddisfatte, nella loro infinita resilienza. Ma la strada è aperta. La recrudescenza della violenza, di cui ho detto all’inizio, credo che derivi dal fatto, che le donne stanno, comunque e dovunque, piano piano legittimando se stesse, e questo non può che suscitare nel “maschio” impotente, mancante degli strumenti per riconoscersi e riconoscere, esprimersi e dialogare, solo rabbia distruttiva, feroce ed efferata o subdola e meschina, che bisogna divenire capaci di riconoscere, denunciare e categoricamente rifiutare, Donne e Uomini, insieme.

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