Confini

                                       Edoardo Tresoldi, Pueblo, Siena, 2015

Confini …

Vicinanza o lontananza,

                            prossimità o divisione …

Limiti…

            Visibili?

                         Invisibili?

Percepiti, ignorati, violati, penetrati,

                                                                 rigidi o labili, mobili …                                       

                 o statici,

permeabili,

                                 invalicabili, imposti, scelti, larghi, stretti …

Barriera o contatto?

Ogni confine è un rapporto, anche quando si erigono muri, perché i confini sono il contorno della nostra forma, il rivestimento del nostro essere, che ci mette in contatto con “l’esterno”…

Sono una domanda, che inesorabile continua ad interpellarci, anche quando la ignoriamo.

Una domanda aperta sulla propria identità e sull’identità dell’altro, individuo o popolo,

straniero,

cioè esterno, appunto,

fuori dai nostri confini;

… Perché ognuno di noi ci sta dentro, vive dentro a confini mutevoli e vivi ed è in contatto con i confini altrettanto mutevoli e vivi dell’altro: la propria pelle, i propri pensieri, la propria casa, la propria città, la propria cerchia, i propri riferimenti, il proprio paese…

Ognuno di noi si è sentito accarezzato o schiaffeggiato, si è reso invalicabile ed ha sofferto di fronte all’invalicabilità altrui, si è fatto labile e si è lasciato violare, è stato costretto dentro confini non suoi, ha lui stesso violato per necessità o distrazione o prepotenza – altra faccia della necessità – è stato permeabile ed è stato penetrato, fecondato … ognuno di noi ha conosciuto la propria e l’altrui rigidità…

Ma spesso è difficile mettersi nei panni dell’altro…

Gli esterni confinanti, gli stranieri, ci provocano con la loro domanda su chi siamo, su cosa vogliamo e su cosa vogliamo diventare; il loro movimento verso o “contro” di noi è come quello di una matita, che ripassa le parti del nostro limite cieco, rivelando una forma fino a quel momento ignorata. Ed è qualcosa di reciproco. Possiamo osteggiare indifferenza, paura e imporre barriere, ma siamo in contatto e la matita si muove…

Edoardo Tresoldi, una delle Gabbie

Credo, però, che venga sempre il momento nella nostra storia personale o collettiva – avviene sempre, la storia insegna – per uscire dai cortocircuiti delle negazioni, fonte di tante sofferenze, fonte di guerre e discriminazioni. Viene sempre il momento o l’occasione, per imparare a fronteggiare l’attrazione e la repulsione, il disorientamento e il desiderio di fuga, lo spaesamento fino allo scandalo, il fascino o l’incanto che proviamo di fronte all’esterno, al diverso, allo straniero, all’altro, che, volenti o meno, traccia la parte invisibile del nostro contorno; credo che ci sia sempre l’opportunità per rendere i nostri confini, totalmente o in parte, permeabili e penetrabili, lasciandoci fecondare dall’altro nella disponibilità di una reciproca trasformazione.

Bansky, striscia di Gaza

Nell’impazienza che oggi ci caratterizza, nella dimensione del tutto e subito, la sfida più grande, forse, è il rispetto dei tempi – per lo più lunghi – nostri e altrui, necessari per riconoscere e riconoscersi.

Non possono esserci risposte immediate, ma solo una promessa di compimento, attraverso la costruzione intenzionale, lenta, continua e creativa, feconda e arresa di una storia che non è più “la mia” o “la tua”, ma “la nostra”, all’interno di confini permeabili e mobili.

Debora Corridori

 

 

2 thoughts on “Confini

  • 1 ottobre 2018 at 18:46
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    Come un fiore che sboccia, una farfalla che per liberarsi deve rompere il bozzolo dove dormiva in forma di bruco, un dente che preme da sotto e fa cadere quello sopra da latte, il bambino che cresce giorno per giorno in una forma mutevole, il respiro, i battiti di ciglia, la marea, l’alternarsi del giorno e della notte.

  • 15 ottobre 2018 at 16:48
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    Il coraggio del limite è proprio questo : non solo saper tracciare un confine là dove non c’era, ma anche riconoscere la differenza inevitabile che così si crea e situarsi in questa stessa differenza, disporsi nel limite, saper passare.
    Il coraggio consiste in questo doppio gioco del porre e del passare, del chiudere e dell’aprire. E? piu facile pensare che ogni delimitazione sia definitiva, che ogni confine sia una prigione, che disporre un limite sia una chiusura; ci vuole invece coraggio per capire che ogni chiusura è anche IMMEDIATAMENTE un’apertura, che un confine deve essere valicato, che il limite nel momento in cui è posto va spostato, che la differenza è irrinunciabile e che per quanto ci si rinchiuda o si rinchiuda, per il fatto stesso di farlo, si prepara l’evasione.

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